Al di la del patetico tentativo di difesa del "TROTA"di Severino Damiolini e di BB70 bisogna fare i conti con la realtà delle cose, mi sembra che i leghisti abbiano perso completamente la memoria forse leggendo quanto postato sotto potrebbe riaffiorare nella memoria qualche ricordo di quando la lega si comportava e si esprimeva molto diversamente da come sta facendo oggi,le famose 10 domande a B anno poi avuto risposta?sono passati gli anni ma lo schifo è rimasto.
Il Senatur candida suo figlio alla faccia degli equilibri locali e la Lega bresciana deve fare buon viso a cattivo gioco
A parole “evviva evviva” ma nei fatti l’arrivo della candidatura “eccellente” di Renzo Bossi alle prossime elezioni regionali di fine marzo sta provocando non pochi scossoni nella Lega bresciana. Buon viso a cattivo gioco dunque per i rappresentanti del Carroccio della “Leonessa” che saranno obbligati a far convogliare le preferenze sul figlio del Capo per non giocarsi la faccia e, in certi casi, pure la poltrona .Dei due consiglieri regionali uscenti, infatti,
soltanto Monica Rizzi sembra avere coperture politiche e preferenze in quantità sufficiente per ottenere la conferma al Pirellone .Mentre Enio Moretti avrà certamente un avversario in più considerando questa nuova mossa: annunciata e certamente giustificata con il cognome del 22enne. Ma con la candidatura di Renzo Bossi verranno meno anche le ambizioni di altri fedelissimi militanti leghisti. A partire dal segretario cittadino Stefano Borghesi e degli ex della precedente giunta provinciale: Guido Bonomelli (già assessore alla Sicurezza e grande sostenitore della polizia provinciale) oltre all’ex capogruppo Roberto Vanaria. Insomma la decisione presa nelle scorse ore dal consiglio federale del Carroccio riunito in via Bellerio non è vissuta come un’operazione facile e soprattutto rispettosa degli assetti leghisti locali. L’avvicinamento a Brescia di Renzo Bossi era però iniziato, per la verità, nell’estate dell’anno scorso grazie ad una collaborazione sottoscritta con il comune per la Viva World Cup (il Mondiale di calcio dei popoli non riconosciuti): sette mila euro (di soldi pubblici) stanziati per il torneo di calcio
padano di cui Roberto Maroni è presidente mentre Renzo Bossi (soprannominato Trota dal padre Umberto) si è ritagliato il ruolo di direttore sportivo. A seguire poi, a livello regionale, Renzo era stato nominato consigliere di uno degli organismi legati all’Expo ed oggi la seconda promozione sul campo come candidato per la Lega nelle liste regionali nel collegio di Brescia. La politica al contrario della scuola dunque sembra riservare migliori soddisfazioni a Bossi junior che dopo la triplice bocciatura alle scuole superiori ha deciso di raccogliere il testimone dal padre fondatore del Carroccio. Per il 22enne quindi è giunta quindi l’ora di dire basta ai videogame (“Rimbalza il clandestino”) con i quali si divertiva ad affogare gli immigrati. Niente “listino bloccato” però per il quartogenito
del Senatùr il cui successo elettorale sembra in ogni caso già annunciato. La candidatura familiare non piace neppure agli altri alleati del Pdl che pur non prendendo posizioni ufficiale fanno intendere di non gradire decisioni catapultate dall’alto. Diversi erano stati i precedenti: a primavera con la candidatura alla provincia di Daniele Molgora (sottosegretario oltre che parlamentare) oppure, ancora, nel caso della decisione annunciata dal vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi – in occasione della visita del ministro Roberto Maroni – di voler costruire a Brescia un nuovo Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Sembra infatti che il sottosegretario
all’I nnovazione (bresciano pur lui) Stefano Saglia abbia pesantemente attaccato il sindaco di Brescia Adriano Paroli per non essere stato in grado di portare questa delicata decisione al tavolo della discussione politica
interna al Pdl. Insomma, nonostante gli annunci pubblici, sembra serpeggiare del malumore nel Pdl bresciano.
25 NOVEMBRE 1999
Par Condico Ante Litteram: drastico decreto del ’57 C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile di Davide Caparini - Deputato Lega Nord
Il tema della par condicio di accesso ai mezzi di comunicazione è strettamente collegato al conflitto d’interesse che in questo modo ritorna alla ribalta. Infatti la maggioranza promette di approvare in via definitiva le norme varate in prima lettura dalla Camera dei deputati nell’aprile 1998.
Una soluzione all’acqua di rose frutto della mediazione in un testo unificato della legge Berlusconi, Veltri, allora nei Ds, e quella della Lega da me firmata. Il meccanismo definito imporrebbe nel caso del Cavaliere di affidare le sue proprietà ad un gestore indipendente come da anni avviene nel sistema americano: il Paese nel quale è certamente più ampia e profonda la distinzione effettuata tra le cariche pubbliche e gli interessi personali. La normativa statunitense tende a prevenire situazioni in cui gli interessi privati facenti capo a soggetti titolari di incarichi pubblici possono condizionare l’adozione, la direzione e la portata delle scelte che quei soggetti avrebbero effettuato in assenza di quegli interessi. Ma l’affidamento cieco, questa la traduzione letterale del sistema adottato dalla Camera, mentre può funzionare per i patrimoni finanziari o azionari, si è rivelato del tutto inadeguato per le proprietà industriali. A maggior ragione quando si tratta di aziende operanti nell’editoria televisiva e della carta stampata con una vastissima visibilità ed elevati contenuti propagandistici.
È indiscutibile che questa legge sia un primo passo in quanto introduce nell’ordinamento italiano norme a garanzia dei cittadini delimitando gli interessi personali rispetto a quelli pubblici ma è altrettanto evidente che, nel caso di Silvio Berlusconi, non risolva alcunché, lo dimostra il fatto che il Polo l’ha comunque votata senza particolari patemi d’animo. Ma Berlusconi è, e rimane, ineleggibile, come stabilito da una norma del 1957, l’articolo 10 del Dpr n. 361 che dichiara non eleggibili "coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l’autorizzazione è sottoposta".
È una norma chiara, equa, nata in tempi non sospetti quando Berlusconi era ancora un cantante di un’orchestrina sulle navi da crociera. Una norma che stabilisce, senza condizionale, che la persona titolare di concessioni statali come quelle che permettono alle tre tv Mediaset di trasmettere non può essere eletta al Parlamento.
Ma, come tutti noi sappiamo, Silvio Berlusconi è già stato deputato italiano, parlamentare europeo, presidente del Consiglio ed è palese che nessuno abbia mai applicato questa norma di ineleggibilità in quanto la Giunta per le elezioni ha sempre difeso ad oltranza il diritto dell’eletto di restare in carica. È stata in questo caso fornita un’interpretazione formalistica stabilendo che solo il titolare giuridico delle concessioni, il presidente Confalonieri, non può essere eletto, mentre niente ha da temere Berlusconi, il proprietario di fatto: non è eleggibile "alla concessione ad personam e quindi, se non c’è titolarità della persona fisica, non si pone alcun problema di eleggibilità, pur in presenza di eventuali partecipazioni azionarie".
Per risolvere questo amletico dilemma e risolvere l’abnorme stortura basterebbe approvare in Parlamento una leggina che fornisca l’interpretazione autentica della legge del ’57. Una legge depositata alla Camera sia dalla Lega che dai democratici. Berlusconi è ineleggibile, quindi, anche se c’è chi sostiene il contrario dichiarando che il titolo IV, articolo 51, della Costituzione recita "tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza". Vero, quanto è vero che quell’articolo si conclude sancendo "secondo i requisiti stabiliti dalla legge". E quella legge c’è dal 1957.
22 LUGLIO 1998
Bossi su Berlusconi: «Il suo fine era quello di distruggere la Lega. Voleva comprarci tutti quanti» «Parla meneghino ma è di Palermo» «Silvio venga da me, così gli spiego perché nel '94 l'ho silurato»
«La caduta del suo governo? Berlusconi venga da me, che gliela spiego io...! Sono stato io a metter giù il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l'ho abbattuto».
Umberto Bossi commenta con il piglio di sempre le polemiche di questi sulla ricostruzione della crisi del '94. «Io - spiega Bossi parlando con un cronista dell'Ansa - per quella che fu allora la mia visione della situazione politica considerai che il presidente Scalfaro aveva capito una cosa e cioè che la Lega era gagliarda e in caso di elezioni sarebbe tornata in forze. Certamente, tutti volevano la morte della Lega. Berlusconi aveva creato Forza Italia per questo.
Ma Berlusconi e Scalfaro facevano due ragionamenti diversi». «Per semplificare diciamo che in Italia c'erano tre poli - prosegue il segretario federale leghista - il polo di Roma, rappresentato dalla sinistra e dalla ex Dc, quello di Palermo rappresentato da Berlusconi, e il polo del Nord. Nel '94 ci fu uno scontro tra il Polo del Palermitano e il Polo romano e il Polo romano fu più cauto e capì che non serviva a niente andare ad elezioni. Che la Lega avrebbe preso ancor più forza di fronte al consolidamento del debito pubblico.
Il presidente della Repubblica fece un ragionamento logico, almeno io lo interpretai così allora, e pensò che occorreva aspettare ancora per snervarci». «Berlusconi invece è un irrazionale - continua Bossi - questo è il suo problema. Aveva ricevuto l'ordine di distruggere la Lega. Io ero stato costretto all'alleanza e durante i comizi di quel periodo continuai a ripeterlo. Dicevo infatti, e tutti possono ricordarlo, che lui era comunque un nemico.
Dicevo che era stato inventato il maggioritario per fregare la Lega. E dicevo anche che se un nemico non puoi abbatterlo subito devi prima abbracciarlo. Più chiaro di così...». «Il dramma di Berlusconi - aggiunge il leader leghista - è che è un palermitano che parla in meneghino, mandato apposta per fregare il Nord. Io questo lo compresi subito, compresi che bisognava evitare l'annientamento della Lega e mi comportai di conseguenza».
Intanto Bossi dà un appuntamento per settembre: il suo ritorno "nel gioco politico". «Ormai il sistema padano è pronto - spiega - la Lega ha dato una mano importante alla sua creazione. Adesso se ne occupa il governo della Padania, è roba loro. Io tornerò dopo l'estate - conclude - a lavorare sulla protesta contro Roma. Torno ad occuparmi di politica partitica e del consenso».
27 OTTOBRE 1998
Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega: il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore è palermitano «La Fininvest è nata da Cosa Nostra»
Lo tengono in piedi perché rappresenta i loro interessi al Nord, è il loro "figlio di buona donna"
di Matteo Mauri
Brescia - La guerra è aperta da tempo. Ma ora entra in campo l'artiglieria pesante. E se alle accuse di mafia che da tempo Bossi lancia contro Berlusconi, il Cavaliere risponde col silenzio, adesso il Senatur ha deciso di alzare il tiro. «Tanto per essere chiari, per far capire alla gente», replica ad un congressista che aveva criticato la «politica dell'insulto» del segretario leghista. L'attacco di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, è durissimo. Il segretario della Lega Nord nel corso del suo intervento al Congresso straordinario del Carroccio, ha più volte dato del "mafioso" a Berlusconi.
Da tempo il leader leghista, durante gli innumerevoli comizi, aveva indicato nel Cavaliere «l'uomo di Cosa Nostra». Al congresso, la tesi è diventata ufficiale. «L'uomo di Cosa Nostra» viene citato decine e decine di volte. E con lui tutte le aziende che fanno capo al leader di Forza Italia. L'anomalia italiana è lì: se ne devono convincere in primo luogo tutti i delegati, poi l'opinione pubblica.«La Fininvest - ha affermato Bossi - ha qualcosa come trentotto holding, di cui sedici occulte.
Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano. E a Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La verità è che se cade Berlusconi cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi».
Se l'ex-Capo dello Stato Francesco Cossiga negli ultimi due giorni è andato giù durissimo nei confronti del Cavaliere, Bossi non è certo stato da meno. Anzi, ha alzato il tiro, entrando anche nei dettagli, quando ha parlato della Banca Rasini, delle holding occultate, della nascita della prima tv berlusconiana, del partito degli azzurri. «Un palermitano - ha affermato Bossi - è a capo di Forza Italia. Perché Forza Italia è stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord».
Eppoi ancora, come in un crescendo: «Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord»; «Silvio è uomo della P2, cioè del progetto Italia»; «La Banca Rasini è la banca di Cosa Nostra a Milano»; «Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un palermitano».«L'uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d'intervento, ha indicato spesso il disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e coppola.Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che "pecunia non olet". C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto».